lunedì, Ottobre 26, 2020

Titolo: Improvvisamente l’estate scorsa
Autore: Tennessee Williams
Compagnia: Associazione Culturale Novantanove
In scena al Teatro di Documenti, Via Nicola Zabaglia 42 – Roma, da martedì 07/11/17 a domenica 12/11/17 (da martedì a sabato ore 20,45, domenica ore 18,00)
Con Paola Pulci, Stefano Licci, Alessandra Berton, Silvia Antonini, Emiliano Conti, Barbara Fiani, Rossella Grimaldi.
Regia: Rosario Tronnolone
Prezzo biglietto unico: 12 euro + 3 euro (tessera teatro obbligatoria)

Note di regia
Ah, Sebastian Venable! Che bel nome per un personaggio. Sembrerebbe quello di un poeta, un poeta crepuscolare, Sebastian Venable. In effetti rimane nella memoria come un personaggio, e si resta sempre un po’ sorpresi nel rendersi conto che non compare mai in scena. Forse perché quando un poeta scrive di un poeta non può fare a meno di specchiarvisi, pur dissolvendo, distillando, distribuendo la propria personalità in tutti i personaggi del dramma.
Scritto nel 1957, mentre Williams era in cura dal dottor Kubie, un noto psicanalista, questo testo è forse il suo lavoro più autobiografico, ancor più dello Zoo di vetro; non si tratta, in questo caso, di una rievocazione delicata del passato, ma della rappresentazione simbolica di un’angosciante scissione (ogni personaggio ha il suo doppio) e di un irresistibile “cupio dissolvi”. La natura divoratrice di cui si parla in questo testo non si riferisce agli uccelli rapaci e tantomeno al cannibalismo (usati sapientemente come metafore), ma alla legge del tempo a cui tutti siamo sottoposti. È il Tempo (Crono) che divora i suoi figli, che sbiadisce i nomi delle piante secolari, che distrugge il sogno impossibile di “Violet e Sebastian, Sebastian e Violet” di bastare a se stessi, la loro illusione che non contare i compleanni basti per rimanere eternamente giovani. È inevitabile: il tempo ci invecchia, ci umilia, ci toglie le persone che amiamo.
Forse, davanti alla prospettiva imminente di rimanere solo, di “diventare niente”, Sebastian Venable ha portato in vacanza con sé la cugina Catharine, instabile vittima di un abuso, e l’ha usata come esca, sì, ma per attirare i suoi assassini. Forse per scrivere, non con l’inchiostro, ma col sangue, il suo ultimo Canto d’estate. Perché il lavoro di un poeta è la sua vita e la sua vita è il suo lavoro. Non si possono separare. E ogni poeta, forse, aspira a fare della sua vita, e della sua morte, un capolavoro.
Forse… Perché il tempo cancella anche la memoria di ciò che è davvero successo, improvvisamente, l’estate scorsa.
Rosario Tronnolone

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Romano

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